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La riduzione del "Tempo" ad oggetto di banalità (seconda parte)
lucio garofalo
IL “TEMPO” NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE

Finora si è trattato, in maniera piuttosto generica, ironica e (forse) superficiale, del concetto di ”tempo”, senza aver chiaramente determinato i suoi numerosi significati, cioè cosa si definisce con tale vocabolo di carattere multisemantico e multiconcettuale.

In effetti, se ci addentrassimo nei meandri della filosofia, delle scienze, della linguistica, della semiotica e di tutti quei rami disciplinari, o artistici, in cui la categoria del “tempo” riveste un ruolo centrale, potremmo senz’altro rinvenire una pluralità di significati e di concetti, ciascuno inerente in maniera specifica ad un dato settore.
Ad esempio, nel campo della musica l’accezione di “tempo” è alla base del ritmo e della melodia e si definisce, appunto, come “tempo musicale”, la cui spiegazione più propriamente tecnica non è tra le mie personali competenze.
Così nella poesia, laddove (come nella musica) ci sono tempi da osservare e scandire, in quanto sono parte di una metrica, cioè dell’arte di comporre in versi (dall’etimologia greca “metros” che sta per misura), più esattamente di una tecnica di misurazione del “tempo” e del ritmo musicale in forma di poesia, avvalendosi di unità di misurazione quali le sillabe, il numero dei versi, e via discorrendo.
Non è un caso che in origine, nell’antica Grecia, la poesia fosse cantata.
Infatti, i versi dei celeberrimi poemi omerici dell’Iliade e dell’Odissea, erano cantati e si tramandavano oralmente di generazione in generazione, attraverso appunto il veicolo del canto e della melodia musicale.
Molto probabilmente, questa è una delle principali ragioni per cui la poesia contemporanea ha smarrito il suo valore e il suo fascino, ed è stata soppiantata dalla canzone d’autore e dalla musica leggera in genere, per cui un Battisti, un Dalla, un De Gregori, un Guccini, un De Andrè, sono più famosi di un Montale, di un Ungaretti, di un Saba, di un Campana, di un Pasolini.

Volendo compiere un’opera di sintesi, cioè di collegamenti logici, è possibile distinguere, nell’ambito storico-filosofico occidentale, tre fondamentali scuole di pensiero, relativamente al significato o, per meglio dire, ai significati del termine onnicomprensivo di “tempo”.

IL “TEMPO OGGETTIVO”

Il primo filone è quello che concepisce il “tempo” come ordine misurabile del “divenire”, ovvero del movimento storico-cronologico, del fluire dei giorni e delle notti, delle stagioni, degli anni, dei secoli, e così via.

A tale concezione si legano le seguenti idee.

Nell’antichità:

Eraclito di Efeso

La visione ciclica del mondo e dell’esistenza umana, compresa la teoria di Eraclito del “panta rei” (tutto scorre), dell’inarrestabile e perpetua trasformazione di tutte le cose, per cui nulla è “sacro”, immortale o eternamente immutabile, neanche Dio!

La “metempsicosi”

L'idea della “metempsicosi”, cioè dell’eternità e dell’immortalità dell’anima attraverso la “reincarnazione” in altre forme o gradi di esistenza, che si possono ritenere superiori o inferiori, in virtù di meriti o demeriti, di valori o di colpe, vale a dire in forza del bene e del male che si è compiuto in un’ipotetica e presunta vita precedente, per cui se si “retrocede” ad uno stadio inferiore vuol dire che la propria condotta in vita, da essere umano, è stata caratterizzata da malefatte, mentre la successiva trasmigrazione dell’anima in una forma di vita migliore, è il risultato di un’azione e di un comportamento all’insegna dell’onestà, della bontà e della virtù in genere.
Tale dottrina, di origine orientale, è molto antica ed è presente nell’orfismo, nel pitagorismo e nel platonismo; essa è sopravvissuta sino ai giorni nostri, perpetuandosi nelle millenarie tradizioni religiose dell’induismo e del buddhismo.

A riguardo, va sottolineata una singolare e paradossale coincidenza rispetto ad una seppur vaga affinità concettuale globale, sul versante della percezione del “tempo” come nozione di un “divenire” ciclico infinito ed inesauribile, tra due delle più irriducibili e antitetiche visioni del mondo e dell’esistenza, da un lato la teoria ateo-materialistica del filosofo di Efeso, dall’altro una delle dottrine di maggiore ispirazione mistico-spirituale in senso assoluto che la storia del pensiero umano abbia mai conosciuto.

Nell’età moderna:

Galilei (1564-1642) e Newton (1642-1727)

La concezione scientifico-naturalistica del “tempo”, determinata in modo particolare dalle intuizioni rivoluzionarie di Galileo Galilei e di Isaac Newton, i quali distinsero opportunamente tra il “tempo assoluto”, cioè oggettivo, esteriore, reale, fisico, che è scientificamente misurabile attraverso appositi strumenti di calcolo – quali, ad esempio, un pendolo, una clessidra, un orologio, un calendario ecc. -, e il “tempo relativo”, che è invece soggettivo, interiore, non suscettibile d’essere oggettivato, ossia non può essere misurato e calcolato mediante congegni meccanici o criteri scientifici rigorosi, di precisione matematica.

Kant (1724-1804)

Alla fisica sperimentale di derivazione galileiana e/o newtoniana, dominante nel corso di tutta l’epoca moderna, si contrappose fermamente - e, oserei dire, coraggiosamente - il maestoso genio tedesco di Immanuel Kant, la cui posizione, indubbiamente originale e innovativa, fu successivamente ripresa e rilanciata da un altro illustre, sottile ed ingegnoso spirito tedesco, Albert Einstein, la cui eminente opera scientifica è tuttora un cardine fondamentale della fisica e, se vogliamo, della conoscenza universale contemporanea.
Alla riduzione meccanicistico-materialistica del “tempo”, operata dalla filosofia e dalla scienza moderna (cioè pre-kantiana), il celebre pensatore di Könisberg, impegnato nel superbo sforzo di rifondare la metafisica classica su basi matematico-scientifico rivoluzionarie - quanto rigorose -, enunciò la tesi che riduceva l’”ordine di successione temporale” (in una parola sola, il “tempo”) ad un “ordine di causalità” (ossia lo “spazio”), costituendo entrambi le principali categorie dell’intelletto umano, intese quali “forme a priori” della conoscenza fenomenica, nella misura in cui sono assolutamente necessarie all’esperienza e allo studio della realtà sensibile. Al contrario, secondo la metafisica aristotelica quelle categorie costituivano proprietà del mondo reale, fisico e naturale.
La concezione kantiana ha subìto certamente alcune scosse profonde ad opera dei successivi progressi scientifici e filosofici, in modo particolare da parte dello sviluppo delle geometrie non euclidee e della ”teoria della relatività”.
Per Kant il “tempo”, la sua successione reale, oggettiva, storica, è “il criterio empirico unico dell’effetto in rapporto alla causalità della causa” - da: “Critica della Ragion pura”.

Einstein (1879-1955)

Albert Einstein ha in qualche maniera riproposto, ai giorni nostri, l’intuizione kantiana (quantunque essa sia stata messa in crisi, come già si è accennato, proprio dallo stesso padre della teoria della “relatività generale”), per contrapporla nuovamente alla meccanica e alla fisica tradizionale di ispirazione galileiana e newtoniana, enunciando la “relatività” della misurazione temporale, vale a dire la “relatività” del “tempo oggettivo”, quantificabile e misurabile in chiave matematico-scientifica, senza però intaccare, rinnovare o mutare alla radice, il concetto classico e tradizionale del “tempo” in quanto “ordine di successione”, bensì negando semplicemente (!) che tale ordine di successione fosse unico ed assoluto.
In altri termini, Einstein ha negato l’esistenza di un sistema di riferimento privilegiato per la misurazione della durata temporale e delle lunghezze in genere, nella misura in cui esistono infiniti punti (o spazi) del Cosmo, dove la scansione del tempo reale ed oggettivo (in quanto esterno alla personale percezione e conoscenza interiore, propria del soggetto che conosce, cioè l’individuo umano) può, in linea teorico-virtuale, essere valutata, calcolata, misurata e definita in termini matematici totalmente diversi e distanti ( in maniera “stellare”, appunto) dalla realtà spazio-temporale terrestre.
Così, tanto per citare un esempio chiarificatore, ciò che per noi, ovvero per il nostro sistema privilegiato - o convenzionale - di riferimento e di misurazione, rappresenta un “anno solare” (astronomicamente inteso come il “tempo” che il pianeta Terra impiega per compiere esattamente la sua orbita di “rivoluzione” attorno al Sole), può corrispondere ad un “minuto secondo” del nostro sistema di misurazione temporale, in un angolo assai remoto dell’Universo, oppure ad un’”ora” in un altro punto (o spazio) cosmico, in virtù di una stretta relazione di interdipendenza spazio-temporale che fu Kant ad intuire chiaramente, pur espondendola e formulandola in sede teoretico-metafisica e non propriamente scientifica.
Einstein, sviluppando l’intuizione filosofica kantiana, tradotta in un ambito più prettamente scientifico, ha ipotizzato che il rapporto tra le tre dimensioni dello spazio e quella del tempo dipenda principalmente dai confini della velocità della luce, a loro volta condizionati dalla presenza di campi gravitazionali.

Reichenbach (1891-1953)

Successivamente, Hans Reichenbach ha riscoperto e rivalutato la tesi kantiana nei riguardi della fisica della “relatività” einsteniana, riaffermando l’identità di “tempo” e “causalità”, ovvero ribadendo e rilanciando l’ipotesi secondo cui la successione temporale sarebbe da correlarsi all’ordine di successione tra la causa e l’effetto, per cui “il tempo è l’ordine delle catene causali: questo è il principale risultato della scoperte di Einstein (...) L’ordine del tempo, l’ordine del prima e del dopo, è riducibile all’ordine causale (...) L’inversione dell’ordine temporale per certi eventi, che è un risultato che deriva dalla relatività della simultaneità, è solo una conseguenza di questo fatto fondamentale. Dal momento che la velocità della trasmissione esistono eventi tali che nessuno di essi può essere la causa o l’effetto dell’altro. Per eventi siffatti l’ordine del tempo - cioè del prima e del dopo, non può essere definito e ognuno di essi può essere detto posteriore o anteriore all’altro.” (da: “Albert Einstein: Philosopher-Scientist” di Hans Reichenbach, 1949).
Pertanto, la tesi Kantiana della riduzione del “tempo” alla categoria della “causalità” può essere intesa come la più alta proposizione filosofica avanzata nell’ambito della più generale cognizione della “tempo” quale “ordine di successione” e “misurazione” del movimento storico del “divenire”, empiricamente scandito e percepito in base al susseguirsi del giorno e della notte, delle stagioni, e quindi in base al ciclo vitale del mondo che sembra rinnovarsi in eterno, quantunque si tratti (come ampiamente mostrato) di una visione oltremodo ingenua, arcaica, superficiale, pre-scientifica, semplicistica, empirico-sensibile, oramai superata dalle teorie moderne di Newton, Galilei, Kant e dalle affermazioni più recenti e contemporanee di Einstein e Reichenbach, che pure riprendevano e riproponevano, sviluppandole alle estreme conseguenze l’intuizione kantiana dell’interdipendenza e dell’identità tra “tempo” e “causalità” - ossia tra tempo e spazio -, secondo una concezione relativistica del “tempo misurabile”, ovvero del “tempo oggettivo”, che appartiene alla sfera esteriore e non interiore

(CONTINUA)