Questi giorni sono davvero speciali. Per chi crede e per chi non crede, per chi pensa di credere e in verità non crede e per chi pensa di non credere, ma nel profondo del cuore lo fa. L’umanità intera si è stretta verso un solo uomo, un simpatico vecchietto di 85 anni. Costui da circa 27 anni ci ha accompagnato nel nostro quotidiano, a volte discretamente, all’ora di pranzo, con un occhio al cibo e uno alla tv, dove si notava quest’uomo vestito di bianco salutare immense folle adoranti, carezzare bambini, consolare donne piangenti. Altre volte invece irrompeva con grande potenza, bucando il video, come quando predicò su di un poggio, sotto le rovine millenarie di Agrigento, tuonando un anatema terribile contro chi offendeva lui, il suo popolo e il Dio di cui egli era testimone presso l’umanità.
Costui si presentò alla città di Roma e al mondo 27 anni fa con due messaggi. Il primo più leggero, il suo biglietto da visita: con un curioso accento si presentò alla folla dicendo “se sbaglio mi corrigerete”, alludendo con raffinata autoironia al suo italiano impreciso, ma in realtà ponendosi sullo stesso piano dell’ultimo degli umili, lui che nella tradizione della sua religione era il vicario del suo Dio in terra, figura tradizionalmente inaccessibile e intoccabile: il re di un miliardo di uomini e donne chiese di essere corretto, ma anche sorretto dai suoi sudditi.
Il secondo messaggio lo testimoniò qualche giorno dopo, era il suo programma spirituale:”non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”, ove il Cristo rappresentava l’amore universale e le porte da spalancare erano quelle dei nostri cuori, ma anche le porte dei governi, dei palazzi del potere che, a quell’epoca, come forse ancor’oggi, sono sempre state chiuse e ottuse al messaggio di pace e amore di quest’uomo e di Cristo.
Nel corso del suo ministero, apparve quasi subito che egli non fu amante del protocollo, delle rigide regole che i suoi predecessori avevano nei secoli instaurato. Non demonizzava il progresso dei popoli, le scoperte tecnologiche, le innovazioni del costume, ma al contrario ne esaltava gli aspetti positivi, le utilizzava per i suoi fini: ridare alla sua chiesa una nuova immagine, più pulita ed autorevole, più vicina all’uomo comune, eppure più prestigiosa, uno dei fulcri della politica e della diplomazia mondiale.
Era un uomo che non amava stare rinchiuso tra quattro mura dorate, o portato da quattro guardie bardate con un baldacchino medievale, a lui piaceva muoversi e voleva viaggiare. Voleva portare Maometto alla montagna, voleva portare la sua presenza fisica e il suo messaggio spirituale a tutti i popoli del mondo, quei popoli che fino ad allora avevano sempre visto con lontano distacco la figura del romano pontefice. Se ne innamorarono subito. Era uno di loro.
Fu poeta, scrittore saggista, filosofo, attore, operaio, canoista, sciatore, viaggiatore. Alla faccia dei vari Ratzinger & co. Quelli per cui la vita clericale deve essere una volontaria mortificazione del corpo e della vita mortale, quelli che guardano con sospetto e con disapprovazione alle stravaganze, ai piaceri (anche semplici) della vita, in nome di un’ipocrita morigeratezza. Certamente, non la mandava a dire a nessuno, testardo quando bussava incessantemente al regime fantoccio di Varsavia per ottenere questo o quel diritto per il suo gregge, oppure quando, già sofferente e stanco, disse che “i responsabili delle guerre, risponderanno davanti a Dio del loro operato” (ed erano i tempi della seconda guerra del golfo).
Lo criticavano spesso perché andava a far visita ad alcuni dittatori come Pinochet o Castro, eppure recatosi a Cuba ottenne la liberazione di circa 250 prigionieri politici. Ritengo che abbia pensato che il gioco valesse la candela, no? E poi il pastore non abbandona mica le sue pecore solo perché sono lontane, e soprattutto non lo fa quando si trovano in pericolo e sinceramente credo che avrebbe stretto la mano pure al diavolo pur di salvare le sue pecorelle smarrite, senza per questo farsi alcuno scrupolo di coscienza.
Dicono avesse una predilezione per i giovani e i bambini, le “stelle del mattino”, come li chiamava, sempre amabile e scherzoso, in questi giorni abbiamo visto parecchie immagini in tv che testimoniano il suo speciale feeling con i giovani, dalle folle oceaniche dei raduni mondiali della gioventù, al semplice contatto col bambino di turno issato dal genitore in attesa della carezza o del bacio. Credo che uno dei suoi meriti più grandi sia stato quello di riuscire a creare e mantenere nel tempo questo rapporto con i giovani, che (speriamo) vivranno nel suo ricordo e nei valori che instancabilmente gli inculcava.
E dicono anche che avesse una predilezione per la Vergine Maria, la madre del suo Dio, il quale a suo dire deviò la traiettoria della pallottola che lo colpì, trapassandogli l’addome e non ledendo alcun organo vitale, neanche fossimo in un fumetto di Tex. Lo testimoniano tante cose: quando cadde colpito, litaniò dolorante “…Maria madre mia, Maria madre mia…”, poi incastonò il proiettile estratto dal suo corpo nella corona della Vergine di Fatima, Vergine che profetizzò a tre poveri pastorelli la caduta per mano di un colpo di arma da fuoco di un vescovo vestito di bianco, in mezzo a una grande città in rovina”. Questo terribile scenario non osarono rivelarlo mai, ma egli lo fece, abbandonandosi totalmente alla devozione verso l’icona di Fatima e, più in generale, verso il culto mariano mondiale.
Acerrimo nemico di tutti i totalitarismi, amante della pace, difensore energico della vita umana, amante dei giovani, straordinario comunicatore, potremmo mai trovargli un difetto?
Certamente li ebbe, e sono insiti proprio nella dottrina della sua chiesa che egli ha difeso strenuamente, senza cedere di un millimetro rispetto alle posizioni ufficiali in merito alle parecchie questioni che il terzo millennio poneva. Una fra tante, la posizione su aborto, eutanasia e anticoncezionali. Ma queste sono opinioni personali mie e sue e non è il caso di confrontarle in questo momento.
Parlerei invece dei momenti straordinari per l’ecumenismo dei cristiani e delle giornate mondiali della pace ad Assisi, dove lo vedemmo accogliere gente del calibro del Kun-Dun Dalai Lama, o esponenti dei pellirosse, dei sikh indiani, degli animisti, induisti, buddisti, islamici, ebrei, e chi più ne ha più ne metta. E non fu un’inutile sfilata in maschera, una trovata pubblicitaria, ma, attraverso il sapiente uso dei media come solo lui sapeva fare, l’annuncio di un messaggio universale: le nazioni del mondo hanno un denominatore comune, la pace.
Ci sarebbero molte, molte e molte cose da dire ancora, ma rischieremmo di cadere nella banalità, tante sono le cose che avrete visto e sentito in questi giorni. Noi del Gran Rifiuto volevamo solamente ricordare quest’uomo, per il quale si muoveranno circa 4 milioni di persone che accorreranno a Roma per le esequie. Altri 996 milioni resteranno a casa a pensarlo.
Personalmente, non ritenendomi un praticante assiduo (anzi, senza assiduo), non recandomi in chiesa la domenica, non essendo un papaboy, conservando un rapporto assolutamente intimistico fra me stesso e Dio, senza ingerenze della chiesa, intesa come struttura, forse (anzi, sicuramente) non sarò la persona adatta a commemorare il capo della chiesa cattolica, eppure, credetemi, la morte di questo vecchio mi ha lasciato un vuoto interiore che è molto molto difficile da spiegare.
Era già papa quando nacqui, la sua figura ha accompagnato la mia vita in maniera discreta, ma mi ha sempre attirato, incuriosito e stupito. Da quando Ezio Greggio ne fece la parodia al Drive In (fratelli…. elli….elli….elli), alle matite di Forattini che lo ritraevano in simpatiche vignette, a tanti, tanti e tanti altri momenti in cui la figura di Giovanni Paolo II, “il grande”, come adesso viene chiamato, è sempre stata presente al nostro spirito e lo ha fortificato, speriamo, per potere guardare con determinazione verso il nostro futuro. Addio, vecchio padre